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Abbronzarsi, volendosi bene

Agosto 11, 2008 · Nessun Commento

Cari amici tutti,ho trovato su SANIEINFORMA ed  ECOBLOG informazioni davvero interessanti per noi patiti dell’ “L’abbronzatura perfetta”

Una bella abbronzatura dorata, ma soprattutto duratura, piace a tutti, ma per evitare scottature, ottenere un colorito sano e uniforme è molto importante sapere scegliere i prodotti giusti.

proteggete la pelle

Era inevitabile che il buco nello strato di ozono avrebbe causato nel tempo numerosi problemi. E la natura ci presenta il suo conto:timidamente si inizia a parlare dei temibili raggi Uvc e della possibilità che possano aver superato la barriera naturale dell’ozonosfera ed essere così filtrati nell’atmosfera. In Italia il primo a divulgare questa ipotesi è il prof. Francesco Delle Foche dell’Università La Sapienza di Roma, che durante la puntata del 24 aprile di “Medicina 33” la popolare rubrica del Tg2 a cura di Luciano Onder, rivela che: “oltre ai raggi UVB sono arrivati al suolo anche i raggi UVC e solo oggi stiamo quantizzando i danni che possono provocare”.

Di questi tempi, con le prime esposizioni solari, con la pelle che è stata protetta sotto strati di maglie durante l’inverno, i fototipi più chiari rischiano la “lucite polimorfa” meglio conosciuta come “allergia al sole”. Il rimedio è sempre quello di esporsi gradualmente e di proteggere la pelle con filtri solari molto potenti.(da ECOBLOG)

Dunque…cari amici

Protezione innanzitutto

Sotto il sole bisogna sempre proteggersi, sia che si abbia una carnagione chiara sia che la carnagione sia scura o la pelle già abbronzata. La scelta del protettivo solare deve essere fatta in base al proprio fototipo, il momento della giornata in cui ci si espone, la zona (es. montagna, tropici, mediterraneo, ecc.) e l’eventuale presenza di superfici riflettenti (es. neve, sabbia, mare, ecc.). Il solare andrà scelto in base al fattore di protezione, un numero che dà un’indicazione su quanto tempo è possibile stare al sole applicando quel prodotto prima che la pelle si scotti: nella scelta il farmacista può essere di valido aiuto. Il protettivo andrà applicato almeno mezz’ora prima di esporsi al sole per consentire ai principi attivi di passare attraverso lo strato superficiale della pelle. L’applicazione andrà inoltre rinnovata nel corso della giornata: infatti la sudorazione, lo sfregamento con i teli da spiaggia, i bagni e le docce frequenti, o una disomogenea applicazione riducono la capacità protettiva del prodotto. L’applicazione costante di un protettivo solare garantisce inoltre una maggiore idratazione degli strati più superficiali dell’epidermide, contribuendo a preservare l’abbronzatura più a lungo.

Quale prodotto solare scegliere?

Le linee di prodotti solari propongono diversi prodotti, crema, olio, latte, gel, spray, acqua solare. In generale, le creme e i gel sono indicati per il viso o per parti del corpo non estese (es. spalle e decolleté), mentre le altre formulazioni sono indicate per tutto il corpo. Gli oli solari, che normalmente hanno fattore di protezione basso, conferiscono lucentezza alla pelle, il che facilita la penetrazione delle radiazioni, ma non sono consigliabili nel caso di carnagioni chiare. Infine, meglio optare per prodotti resistenti all’acqua, in grado di mantenere la loro efficacia anche dopo 40 minuti di immersione nell’acqua. Questi prodotti hanno una migliore persistenza sulla pelle e sono indicati soprattutto se si suda molto o si fanno bagni frequenti.

Ottenere una bella abbronzatura si può…

Oltre ad utilizzare un protettivo solare adeguato, basta seguire alcuni semplici accorgimenti:

Esporsi in modo graduale: nei primi giorni di vacanza al mare è opportuno abituare progressivamente la pelle al sole. L’abbronzatura superficiale dei primi giorni è dovuta alla riserva di melanina già disponibile ed è destinata a sparire rapidamente e solo dopo circa una settimana comincia a formarsi un’abbronzatura duratura.

Non si può stare al sole quando e quanto si vuole: ricordarsi che i momenti migliori per abbronzarsi il mattino fino alle 11 e il tardo pomeriggio. Evitare le ore più calde della giornata (dalle 12 alle 15).
Stare in movimento: in questo modo le radiazioni solari si distribuiscono omogeneamente su tutto il corpo.
Dopo un bel bagno è gradevole asciugarsi al sole; attenzione però, l’effetto-lente delle goccioline di acqua sul corpo può favorire le scottature e la disidratazione.
Attenzione anche alla dieta. Alimenti ricchi di vitamine sono in grado di fornire alla pelle la giusta idratazione: la vitamina C (che si trova in abbondanza in peperoni, agrumi e kiwi), la E (uova e broccoli) e la A - betacarotene (vegetali a polpa rossa o gialla). Gli integratori alimentari a base di betacarotene contribuiscono a conferire un piacevole colore dorato, anche se non forniscono protezione nei confronti delle radiazioni ultraviolette.
Autoabbronzanti, si o no? Gli autoabbronzanti risultano essere un buon alleato per gli appassionati della tintarella: consentono infatti di ottenere una buona pigmentazione cutanea, seppur destinata a scomparire nell’arco di 2 o 3 giorni, in poche ore e in assenza di sole. Ottimi dunque per i primi giorni, quando ancora la pelle non è abbronzata, in quanto consentono di esibire una bel colore dorato, ma anche una volta rientrati in città, per conservarlo più a lungo. Attenzione: gli autoabbronzanti non conferiscono alcuna protezione nei confronti delle radiazioni ultraviolette.
E infine il doposole: dopo l’esposizione la pelle deve essere idratata perché si mantenga elastica. Una crema idratante o un prodotto doposole (che contiene sostanze rinfrescanti e lenitive) assolvono questo compito, tenendo tuttavia presente che la pelle si rinnova continuamente, eliminando gli strati superficiali, per cui l’abbronzatura è destinata prima o poi a scomparire.
PRIMA DI CONCLUDERE E LASCIARVI ANDARE IN SPIAGGIA…MI SEMBRAVA UTILE FARE UN…

Vero e Falso dell’abbronzatura

direttamente da ECOBLOG

Abbronzatura pericolosa?

foto da Panorama.it

L’abbronzatura fa bene alla salute
Falso. L’abbronzatura è la risposta di difesa che il corpo attiva contro ulteriori danni che possono essere causati da successive esposizioni ai raggi UV.

L’abbronzatura protegge dal sole
Falso. Sulla pelle bianca una buona abbronzatura offre solo una protezione limitata equivalente ad un fattore di protezione (SPF) di circa 4.

Ci si può bruciare (arrossare) anche se il cielo è coperto di nuvole
Vero. Nuvole leggere lasciano passare fino all’80% dei raggi UV. La foschia può addirittura aumentare l’esposizione ai raggi UV.

Ci si può bruciare (arrossare) mentre si sta in acqua
Vero.
L’acqua offre solo una minima protezione dagli UV, e il riflesso della luce solare sull’acqua può aumentare l’esposizione.

In inverno le radiazioni UV non sono pericolose
Vero e Falso.
In generale l’intensità delle radiazioni UV è più bassa nei mesi invernali, ma la riflessione dalla neve può raddoppiare l’esposizione complessiva, soprattutto ad altitudini elevate. Occorre fare particolare attenzione all’inizio della primavera quando le temperature sono basse ma i raggi del sole sono inaspettatamente forti.

Le creme solari proteggono, quindi si può prendere il sole più a lungo
Falso.
Le creme protettive solari non dovrebbero essere usate per aumentare l’esposizione al sole ma per aumentare la protezione durante l’esposizione inevitabile. La protezione che offrono dipende in particolare dalla loro corretta applicazione.

Se si fanno delle pause mentre si sta prendendo il sole non ci si ustiona (arrossa)
Falso.
Nell’arco della giornata l’esposizione alle radiazioni UV si somma

Se non si sente il calore dei raggi solari non ci si ustiona
Falso
. La scottatura è causata dalle radiazioni UV che non sono percepite perché sostanzialmente fredde. L’effetto di riscaldamento è causato dai raggi infrarossi e non dai raggi UV.

..INSOMMA DA IMPARARE C’è TANTO,CREDO COMUNQUE CHE AL DI LA’ DI TUTTO LA COSA PIU’ IMPORTANTE SIA….VOLERSI BENE E NON ESAGERARE MAI...PER IL RESTO

..BUONE VACANTZE..E NON DIMENTICATE DI FARE..

“UN TUTTO AL TAAF”

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IL Bar Dello Sport

Agosto 3, 2008 · 2 Commenti

Beach volley

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

(Reindirizzamento da Beach Volley)

Una partita di beach volley mista.

Una partita di beach volley mista.

Il beach volleyball, nato come variante del gioco della pallavolo, è ora a tutti gli effetti sport Olimpico, poiché da semplice ricreazione sulle spiagge si è evoluto fino a diventare sport professionistico in vari paesi del mondo. In questa versione non si gioca al chiuso su superfici rigide, ma piuttosto su campi di sabbia. Invece di squadre di sei persone, i giocatori sono solo due per parte e non dispongono di cambi.

Le regole del gioco sono simili, ma non uguali, a quelle della pallavolo: Il campo di gioco è più piccolo (8m x 16m invece di 9m x 18m); nel caso in cui si effettui il primo tocco di squadra in palleggio, questo non deve essere viziato da falli di tocco di palla (doppia, accompagnata), ovvero deve essere valutato dall’arbitro come se fosse un secondo o terzo tocco (contrariamente alla pallavolo, nella quale i falli di doppia e accompagnata sul 1° tocco non sono sanzionati), a meno che non si debba difendere un attacco forte; il limite dei tre tocchi di squadra comprende anche il tocco a muro; non sono validi i pallonetti (in quanto vengono sanzionati come fallo di accompagnata), se non fatti con colpi netti sulla palla (es. con le nocche), che, essendo netti, non possono “accompagnarla”; se si manda la palla nel campo avversario con un palleggio la traiettoria deve essere perpendicolare alla linea delle spalle; non è fallo se si invade il campo avversario senza toccare la rete, lo è invece se si ha un contatto con l’avversario sotto la rete e se ne ostacola l’azione. Come nella pallavolo è fallo se un qualsiasi giocatore tocca la rete durante l’azione di gioco oppure se la palla tocca le asticelle annesse alla rete per delimitare il confine aereo entro il quale la palla deve passare per entrare nel campo avversario. La rete non può essere toccata neanche fuori dalle asticelle.

Uno degli aspetti peculiari del beach volley è che gli agenti atmosferici cambiano ogni giorno, ed alcune volte anche durante l’arco di una sola giornata; questo fa sì che le tecniche degli atleti debbano essere rodate ed adattate ad ogni situazione di vento, umidità, e temperature. Per essere ancora più precisi, dobbiamo anche calcolare l’enorme differenza che esiste tra le diverse spiagge del mondo: infatti una stessa squadra di beach volley, che primeggia in certi campi, può tranquillamente faticare su superfici diverse dalla loro preferita (es. atleti molto pesanti reagiscono in maniera completamente diversa tra la sabbia molto morbida, e quella più dura o bagnata).

Nel beach volley è anche molto in uso il fatto di segnalare al compagno il da farsi nella fase di muro e difesa (fase break). I segnali fatti con le mani dai giocatori, per indicare al compagno di squadra quale tipo di giocata intendono effettuare per contrastare l’attacco avverso. Questi segnali vengono fatti dietro la schiena, per evitare che gli avversari li possano vedere; vengono effettuati con entrambe le mani, così da poter differenziare i segni su i diversi giocatori, e sono tendenzialmente tre: un dito disteso della mano, indica che sul giocatore corrispondende alla mano stessa, si terrà un muro lungo la linea laterale del campo; due dita distese indicheranno invece un muro diagonale sul giocatore corrispondente alla mano; il pugno chiuso indicherà una situazione senza il muro sul giocatore in attacco.

Indice

Storia del gioco [modifica]

Il beach volley nasce a Santa Monica (California) negli anni ‘20. Un decennio dopo iniza a comparire anche in Europa. Negli anni ‘40 si svolgevano due grossi tornei sulle spiagge di Santa Monica. Negli anni ‘60, ci fu un tentativo di dare il via a un torneo professionistico a Santa Monica. L’esperimento fallì, ma un torneo professionale con in palio 30.000 franchi si tenne in Francia.

In Italia il gioco inizia a diffondersi nel corso degli anni ‘80. Nel 1996, il beach volley diventa una disciplina olimpica. Da alcuni anni esiste un circuito professionistico del beach volley, gestito dalla FIVB. Brasile e Stati Uniti sono tradizionalmente le nazioni che schierano gli atleti più forti, sia in campo femminile che in campo maschile.

Il beach volley nasce negli Stati Uniti a cavallo degli anni 1920-1930 ed inizia a diffondersi lentamente in vari continenti, Europa compresa. L’avvento della seconda guerra mondiale ne blocca l’ascesa in modo quasi totale. Solo alla fine degli anni 1980, quando la FIVB inizia a concentrare molti dei suoi sforzi sulla sua promozione, viene conosciuto dagli sportivi di molti paesi. L’entrata a far parte delle effettive discipline Olimpiche (Atlanta 1996) contribuisce in modo notevolissimo alla sua divulgazione in tutto il mondo. Le ultime Olimpiadi, quelle di Atene 2004, hanno poi dato al Beach Volley la definitiva consacrazione: essendo stato uno degli sport più seguiti in assoluto, ha chiaramente dimostrato di possedere tutte le caratteristiche per essere di una popolarità mediatica eccezionale, proprio grazie alla altissima spettacolarità della disciplina sportiva, e, cosa ancora più importante, al nuovo concetto di “SPORT-SHOW-ENTERTAINMENT” registratosi durante l’intera manifestazione.

Note [modifica]

Ultimamente sono stati brevettati degli speciali tappeti sintetici, da utilizzare in palestra(o in qualsiasi luogo chiuso) che riproducono fedelmente un campo da beach volley in spiaggia. Questi permettono agli atleti di praticare questo sport senza essere vincolati dalla stagione e dalla temperatura esterna. In questo video si può vedere chiaramente il realismo e l’utilità di questi tappeti. [1

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Fa caldo…ridiamoci su!!

Luglio 31, 2008 · Nessun Commento

FANGO

by nunzyconti

fangolowpv7.jpg

Dedicata a tutti quelli che si trovano loro malgrado
nel fango ma che sono al tempo stesso gli artefici,
più o meno inconsapevoli, della loro stessa sventura…

http://unavignetta.splinder.com/

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Impariamo a nuotare

Giugno 22, 2008 · Nessun Commento

DIRETTAMENTE DA: http://www.cosedimare.com

Il nuoto risulta, nelle ultime statistiche disponibili , la terza attività motoria o sportiva praticata in Italia dopo il calcio e quelle che si praticano in palestra.
Ovviamente, quando ci si riferisce al nuoto, si intendono tutte le attività sportive che si svolgono in acqua, quali, oltre al nuoto, la pallanuoto, i tuffi, il nuoto sincronizzato ed il salvamento.
Così considerati, gli sport acquatici sono praticati da circa tre milioni e mezzo di persone. E’ulteriormente interessante notare che fra i bambini il nuoto rappresenta lo sport più diffuso: il 50% di tutti i soggetti in età evolutiva praticanti attività motoria (pari a 150.000 soggetti) si dedica al nuoto.
Nonostante ciò risulta ancora elevato numero di decessi (500 morti ogni anno) per annegamento. La maggior parte di tali eventi avvengono nelle zone costiere, specialmente del centro-sud, e riguardano per lo più persone normali che fanno il bagno in mare, piuttosto che soggetti impegnati in situazioni “a rischio” (immersioni ecc).
Ciò conferma che i fattori di maggiore rischio sono determinati dall’inesperienza e dalla limitazione delle strutture sportive (piscine) dove fare pratica; in altri termini, dal fatto che non si sa nuotare.

In effetti, solo il 3.6%, della popolazione mondiale sa nuotare e questo dato, da solo, sarebbe una risposta esauriente al titolo di questa relazione.                                                                                                       Nuotare bene e, tuttavia, un’esigenza non solo di tipo sociale, ma anche in ambito sportivo. Infatti, e noto che la prestazione agonistica dipende, in modo semplicistico, dal rapporto tra la potenza (E) dell’atleta ed il Costo energetico (C) che lo stesso deve soddisfare nell’eseguire il suo gesto sportivo (V=E/C)                       Le statistiche indicano che sono ancora troppo poche le persone in tutto il mondo, ed anche in Italia, che sanno nuotare. Ciò rappresenta un elemento di riflessione se si considera la vastità delle terre bagnate e, di conseguenza, l’eccessivo numero di persone che ancora muoiono per annegamento. Saper nuotare e quindi un’esigenza sociale, che e doveroso soddisfare.

Per leggere l’intero articolo clicca  QUI

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V-DAY

Settembre 23, 2007 · Nessun Commento

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Beppe Grillo

Settembre 10, 2007 · Nessun Commento

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Il ricettaafolo

Agosto 14, 2007 · Nessun Commento

   

STORIA DELLA CUCINA


Storia della cucina

Ciao amici non prendetemi per pazzo, beh un po’ lo sono si soprattutto per chi mi conosce bene, ma vabbè ci provo pur non essendo uno storico cerco di fare un sunto sulla storia della cucina.. Ok non rompo altrimenti ciao e buona lettura.

La preistoria

La ricerca del cibo ha caratterizzato l’evoluzione della specie umana assieme alla scoperta del fuoco e del suo utilizzo. Il fuoco dunque ha rappresentato un passaggio importante per l’uomo. Si può dire che prima non si poteva parlare non solo di civiltà umana, ma forse neanche d’umanità. Con il fuoco, l’uomo ha potuto cuocere i cibi, scaldarsi, difendersi dagli animali, rischiarare la notte.
Di vera e propria pratica gastronomica si può cominciare a parlare con l’arrivo del Neolitico, il periodo che va dal 5000 al 4000 a.C. L’uomo attraverso l’addomesticamento degli animali e la scoperta dell’agricoltura, giunse a un’economia e produzione del cibo passando da una vita nomade a una forma di vita stanziale. Nacquero l’agricoltura e l’allevamento del bestiame, portando così alla comparsa dei latticini e dei cereali, come l’avena, l’orzo, miglio, farro e frumento.
Attraverso la frantumazione dei cereali iniziò la preparazione di primitive focacce cotte su pietre riscaldate. La scoperta della terracotta poi consentì la costruzione dei primi contenitori in grado di resistere alla fiamma viva. Il passaggio poi alla cottura di alimenti nell’acqua fu veloce, da qui la nascita delle prime “zuppe”, brodi a base di cereali, carni, legumi ecc…

 

Le civiltà antiche

Il clima favorevole e la possibilità di dare vita a scambi commerciali fece comparire sulle sponde del mediterraneo le prime civiltà. La prima fu quella egiziana, seguirono poi la civiltà ellenica quindi quella romana.

 

La cucina degli Egizi

Gran parte delle informazioni concernenti la dieta degli antichi egizi proviene dalle tombe. Qui sono raffigurate le cosiddette “liste delle offerte”, in cui vengono elencati tutti gli oggetti di cui il defunto aveva bisogno nel mondo ultraterreno. Possiamo dire che la civiltà egiziana dal 3000 a.C. fino al periodo successivo alla nascita dell’età romana ha creato una complessa evoluzione gastronomica. Gli antichi egizi furono un popolo ricco di cibo, questo soprattutto grazie al Nilo, la cui acqua invadeva la pianura circostante ogni estate a causa delle abbondanti piogge e poi, lentamente, si ritirava, lasciando un terriccio fangoso detto limo assai fertile, consentendo così la coltivazione di molte varietà di piante e l’allevamento di diversi tipi di bestiame.
Nella valle del Nilo il faraone emanava ogni anno un ordine di semina valido per tutto l’Egitto. Ricevuto quest’ordine, e non prima, gli agricoltori seminavano i campi con: fave, lenticchie, farro, cipolla, porri, cetrioli, meloni, vari tipi d’insalate, fichi, melograni e mele. Ciascuno riceveva anche un programma dettagliato, nel quale era indicata la quantità e la qualità di raccolto che era tenuto a produrre sul terreno affidatogli. Era indicata inoltre la parte del raccolto che si doveva consegnare ai magazzini reali sparsi per tutto il Paese.
Intorno al 1000 a.C. in Egitto si imparò a setacciare la farina di frumento ottenendo in questo modo sfarinati più raffinati con il quale si produceva del pane bianco destinato alle classi più abbienti.
In merito alle carni, le classi ricche erano le uniche che si potevano permettere il consumo delle carni bovine e ovine, le quali venivano per lo più arrostite. Mentre i suini, benché allevati, non venivano macellati per il consumo umano.
Il popolo si cibava di pollame ( anatre, oche, galline, quaglie) e una delle tecniche di conservazione utilizzate per le carni era il sale, sale minerale, l’estrazione di quello marino era vietata perché considerato impuro, poiché proveniva dal regno di Seth, dio del male. Come dolcificante principale veniva utilizzato il miele. Gli egizi cucinavano con carbone dolce e legna. Le cucine consistevano in piccoli fornelli mobili di terracotta, di forma cilindrica, aperti in alto e con una porticina nella parte inferiore. I poveri utilizzavano marmitte, poste su tre pietre; erano di terracotta, così come le casseruole. Per quanto riguarda i pasti gli egizi ne facevano due al giorno, uno all’alba e l’altro verso sera. Mangiavano inginocchiati davanti a un tavolo basso e rotondo, in piatti comuni, con le mani. I banchetti dei nobili erano invece assai sontuosi e preparati con cura.
Poi a proposito del bere c’è da dire che gli egizi erano forti consumatori di birra ottenuta dalla fermentazione dell’orzo, del farro, o dei datteri.
Anche il vino era conosciuto, all’epoca veniva preparato fermentando il mosto d’uva, di miele o di fichi.

 

I Greci

La civiltà greca ebbe la sua origine a Creta intorno al 2500 a.C. e continuò fino all’età ellenica classica che coincise con la conquista romana nel II secolo a.C. Durante questo periodo le abitudini alimentari dei popoli dell’Egeo si modificarono profondamente, passando da una dieta povera ed essenziale trasformandosi poi in cucina ricercata e ricca di sapori. Le carni erano considerate cibo per i ricchi e venivano cotte essenzialmente alla brace o su spiedi gli ortaggi e i legumi venivano preparati sotto forma di puree insaporiti da erbe e semi aromatici. Il condimento era lo stesso grasso animale. Altro ruolo veniva dato ai pesci e alle verdure, che erano per lo più destinati ai contadini. La cucina era molto importante, tanto da consacrare la gastronomia dedicandole una dea: Adefagèa. Per diventare cuoco bisognava frequentare due anni di scuola. Nella Grecia antica si praticò molto la pastorizia e fin da epoche remote si conosceva la tecnica di produzione del formaggio,in special modo quello di capra, che veniva anche fatto stagionare. Parlando poi di bevande è stato scoperto che la preparazione di liquidi alcolici per fermentazione di mosti veniva preparata fin da tempi lontanissimi. Uno dei liquori più antico fu senz’altro l’idromele, ottenuto dalla fermentazione del miele mescolato all’acqua. Parlando poi della coltivazione della vite, c’è da dire che era praticata nell’isola di Creta intorno al 2000 a.C., dove venivano prodotti dei vini che raggiungevano anche i 18°. Normalmente venivano allungati con acqua e alle volte aromatizzati con erbe o profumi. Il vino puro veniva utilizzato al mattino come prima colazione dove veniva inzuppato il pane. Mi immagino che andassero tutti al lavoro contenti come una pasqua. Piccola divagazione, ma da dove deriva Pasqua? è termine ebraico (pesah), che significa “passaggio”: come tutti sanno, originariamente designava il passaggio del Mar Rosso da parte degli Ebrei, argomento trattato nel libro della Bibbia chiamato “Esodo” (dal greco exodos cioè “uscita”, con riferimento all’uscita dall’Egitto, la fine della schiavitù o, meglio, della “cattività”). In greco, visto che parliamo della Grecia, pascha è attestato per la prima volta nei Settanta, cioè nella più autorevole traduzione greca antica della Bibbia, e si ritrova in tutti e quattro i Vangeli (si veda in particolare, Luca, 22, 14-16: e quando giunse l’ora, si riunì con gli Apostoli e disse loro: “Ho desiderato grandemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima di soffrire; vi dico infatti che non la mangerò più, finché essa non sia compiuta nel Regno di Dio): è lì che ovviamente il termine acquista l’odierna significazione cristiana. Nel linguaggio popolare, poi, “Pasqua” è diventata sinonimo di “gioia, festa grande”. Ma torniamo a bomba. La diversificazione delle portate e la maggiore disponibilità degli alimenti nell’età classica ci permettono di parlare di nascita di una vera e propria arte gastronomica. Cuochi professionisti venivano ingaggiati da ricchi committenti. Le ricette realizzate in quell’epoca erano composte per lo più a base di pesce o cacciagione.

 

I Romani

Per meglio descrivere la storia della cucina romana cerchiamo di dividerla in due momenti. Il primo è quello della Roma dei Re, quindi si può definire il più antico, che va dal 750 a.C. fino al 27 d.C. Il secondo invece scorre lungo tutto il periodo imperiale fino alla caduta dell’Impero romano quindi dal 27 al 395 d.C.
Nel V e IV secolo a.C. si mangiava in modo semplice, forse troppo,tanto che durante il pranzo di mezzogiorno il piatto forte sembrava essere solo il pane. Ma se ci spostiamo nella Roma repubblicana troviamo abitudini alimentari più simili a quelle odierne partendo già dalla prima colazione, a base di pane e vino accompagnato da uova o formaggio e frutta, così come per il pranzo che si differenziava perché era anche composto da pietanze calde, così come la cena. So che magari non interessa, ma, per la cronaca, la colazione veniva chiamata ientaculum, il pranzo prandium e la cena coena, quindi quasi uguale al termine odierno. La cena appunto era preparata nei triclini (triclinia), stanze così chiamate perché di solito ammobiliate con tre divani, su ciascuno dei quali si accomodavano, sdraiate, tre persone. Al centro era posta la tavola con le vivande. Il numero ideale dei commensali era quindi di nove e multipli di nove, fino a trentasei. Le donne saranno ammesse ai pranzi con invitati solo in età imperiale. I ragazzi stavano seduti su degli scranni. Gli schiavi di fiducia, quand’erano autorizzati a partecipare al pranzo (soprattutto per servire il padrone e riaccompagnarlo a casa in stato di ubriachezza), sedevano per terra, ai piedi del divano. Un’altra caratteristica in epoca imperiale fu la ricerca dello sfarzo e del raro tanto che, oltre ai classici capretti, agnelli, pollame, cacciagione, comparvero sulla tavola animali come pavoni, pappagalli, fenicotteri, gru… un fatto strano è che la carne bovina veniva considerata di qualità scadente ed era destinata alle mense più povere e plebee. Sempre importante era il pesce, che rappresentava il cibo più ricercato così come le verdure condite con salse raffinate. Gli ortaggi coltivati erano le rape, le cipolle, le carote, le bietole, i cetrioli, le zucchine, le zucche, i cavoli, le lattughe, i porri, i carciofi e l’aglio. Un condimento importante era il garum, usato in moltissime preparazioni, ottenuto per macerazione di avanzi di pesce assieme a sale e vino, che potrebbe essere considerato come un esaltatore di sapidità. Il de Re Coquinaria, in cui Gavio Apicio descrive la cucina della Roma imperiale come un arte raffinata, è uno dei primi libri sulla cucina. Venivano altresì descritte delle combinazioni alimentari dolce-acido, aromatico-salato. Altra caratteristica della cucina della Roma imperiale consisteva nella triturazione e sminuzzamento in poltiglia degli alimenti. Questo dava origine alla preparazione di polpette, involtini, galantine, salamelle ecc… Infine nella Roma imperiale al tempo di Plinio, si conoscevano circa 80 vitigni e più di 200 tipi di vino.

Il Medioevo

Partiamo col dire che il IV secolo d.C. fu l’epoca delle grandi invasioni barbariche dove numerose tribù nomadi calarono nell’area mediterranea. Questo portò a modificare anche il modo di mangiare. Scomparvero le coltivazioni di vite e di ulivo e quelle cerealicole. Gli abitanti delle città dell’Impero romano impauriti per i saccheggi fuggirono nelle campagne e tutta l’economia subì una rapida involuzione. Scomparve quasi completamente la moneta e tornò il baratto. Sparirono le spezie, le salse e conseguentemente anche la figura del cuoco essendoci a disposizione pochissime varietà di prodotti. Gli unici veri posti dove era ancora possibile trovare coltivazioni agricole erano i monasteri e le abbazie dove i contadini potevano svolgere il loro lavoro con tranquillità.
Vennero poi gli arabi intorno al 700 che portarono alcune novità nel campo alimentare: dall’oriente furono introdotti lo zucchero, il riso e molte varietà di agrumi, la palma e molte varietà di spezie scomparse dopo la caduta dell’Impero Romano.
Dopo l’anno 1000 si ebbe in tutta Europa un vero risveglio dell’agricoltura. Si introdusse la rotazione delle colture che consentì di sfruttare in modo più razionale i terreni ottenendo così una produzione migliore e diversificata di vegetali. Cominciò a diffondersi in modo massiccio l’utilizzo delle uova sia come piatto in sé che come legante, addensante, per insaporire ecc…un altro alimento che comparve nel medioevo fu il burro: si cominciarono a produrre diversi tipi di burro da quello salato, aromatizzato, così pure come diverse tipologie di formaggi alcuni dei quali ancora oggi molto apprezzati come i formaggi freschi francesi, il “parmesan” padano, il groviera svizzero e i formaggi fusi olandesi. Il formaggio si usava nella produzione pasticciera veniva consumato arrostito, alla griglia e insaporito con zucchero e cannella, oppure fuso spalmato su crostini di pane condito con zucchero e spezie.
In questo periodo aumentò in maniera preponderante il consumo della carne di maiale rispetto a quella di manzo. Il motivo principale era da attribuirsi al fatto che la carne di manzo non poteva essere conservata a lungo con il metodo della salatura al contrario quella di maiale veniva conservata in vari modi dando origine alla preparazione dei salumi, prosciutti, salsicce.
La dieta delle popolazioni del Nord Europa era invece più ricca di pesce, soprattutto di aringhe e, a proposito, proprio in Olanda si scoprì il sistema per conservarle a lungo tramite la salagione e l’affumicatura. Migliorarono notevolmente in Francia, in Italia e in Spagna le tecniche enologiche che attraverso l’uso di botti di legno affinarono decisamente il sapore del vino e la sua conservazione.
In conclusione le invasioni barbariche prima e il ripartizione politica dell’Italia poi, non fecero altro che accentuare le notevoli differenze culturali e politiche delle diverse regioni nelle quali si svilupparono progressivamente usi e tradizioni gastronomiche molto differenti tra loro. Nacquero così le prime forme di cucina regionale.

 

 

L’umanesimo e il rinascimento

Siamo tra il 1300 e il 1500. Questo periodo si caratterizzò soprattutto per una notevole trasformazione della cultura europea in particolare di quella italiana. È un periodo questo dove lo splendore, la perfezione, la magnificenza il senso edonistico si svilupparono coinvolgendo anche l’aspetto gastronomico. Pur non avvenendo grandi rivoluzioni in ambito culinario, gli usi alimentari furono caratterizzati nella ricerca del nuovo e dello sfarzoso. Vennero pubblicati dei libri e trattati di buone maniere come il Galateo dell’Arcivescovo Giovanni Della Casa nel quale si codificava il corretto comportamento da rispettare quando si mangia. Sulla tavola comparvero per la prima volta il bicchiere individuale, la forchetta, gli stuzzicadenti, il tovagliolo e vennero inventati molti utensili per usi culinari come le rotelle tagliapasta, i setacci e gli spremiagrumi.
Fino alla metà del 1500 in Italia avvenne una notevole innovazione gastronomica questo grazie al fiorire di una nutrita pubblicazione di opere scritte da grandi cuochi come Maestro Martino, Cristofaro da Messibugo e Bartolomeo Scappi. Nacque una vera e propria gerarchia di specialisti del servizio il preludio della più moderna brigata di cucina.
Il matrimonio di Caterina de Medici con il futuro re di Francia Enrico II spostò il centro dell’attività gastronomica da Firenze a Parigi. La nuova regina portò con sé un gruppo di cucinieri, pasticceri, e altri professionisti che trovarono in Francia il terreno più fertile per far diventare “grande” la cucina francese del Seicento e del Settecento. Dal punto di vista culinario non si ebbero grandi novità: si inventarono preparazioni simili alla pasta sfoglia attuale, si importarono dalle Americhe il fagiolo, la patata, il cacao, il mais e il peperone, anche se non ebbero subito una grande diffusione bensì vennero sfoggiati dalla borghesia durante i sontuosi banchetti.

 

Il Seicento

Sotto il dominio del Re Sole il XVII secolo vide un grande sviluppo della cultura francese. Questo successivamente portò a una visione diversa della cucina, che si trasformò poco a poco in vera e propria arte e diventò così simbolo di raffinatezza. In questo periodo nasce anche la cucina classica capostipite fu senz’altro Francois Pierre de la Varenne. Varenne compì un deciso passo avanti: nella sua opera “le Cusinier Francois” parlò per la prima volta dei fondi o delle basi di cucina, della creazione di nuovi abbinamenti e utilizzò per la prima volta il classico bouquet garni o mazzetto aromatico. Introdusse l’utilizzo delle carni di animali nostrani, scegliendo gli animali più giovani, quindi più teneri, e iniziò a sperimentare la tecnica della steccatura con strisce di lardo e verdure introdotte nei vari pezzi di carne prima di essere arrostiti.
In un secondo tempo iniziarono ad essere tenute in considerazione alcune varietà di prodotti ortofrutticoli come cetrioli, cavoli, verze, cicorie, lattughe, piselli. Mentre la patata e il pomodoro non ebbero grande successo fino alla fine del Settecento. Anche la pasticceria conobbe un periodo di grande splendore e di innovazione con la preparazione di sfoglie, amaretti, cialde e petits fours. Vi chiederete senz’altro cosa sono questi benedetti petits fours. Letteralmente significa piccoli forni, ma tranquilli, non vi do da mangiare un forno a microonde! Sono dei biscottini che possono essere secchi o freschi normalmente serviti con il the. Quelli secchi sono confezionati con pasta di mandorle, albume d’uovo e zucchero, decorati con una mandorla o una ciliegia. Quelli freschi invece preparati con pasta di bignè o genovese, sono farciti con creme profumate al liquore. Ne esistono poi di salati farciti con creme al formaggio, paté di fegato, purea di salmone ecc…
Ci furono novità anche nel campo delle bevande, la più importante fu la scoperta del metodo champenoise che Dom Perignon inventò nel 1688 dando origine alla prima produzione di Champagne.
In Italia fu il boom della gelateria della torrefazione del caffè e della diffusione della cioccolata. Poi nella cucina popolare portato dalle americhe si diffuse il mais che diede origine a molte preparazioni per il confezionamento di vari tipi di polenta. Al contrario della Francia la comparsa del pomodoro diede origine alla preparazione di creme e salse per il condimento della pasta.

Il Settecento

Il Settecento si contraddistingue come periodo storico per l’avvento della Rivoluzione Francese quindi senza alcun dubbio possiamo definirlo un periodo di grande trasformazione. Una voglia di innovazione e un interesse da parte della cultura anche per la tavola e il buon mangiare diede origine a movimenti conviviali e di conversazione. Come per il secolo precedente la nazione che diede vita ad importanti novità fu la Francia, alcune preparazioni importanti da ricordare furono il paté di foie gras, le meringhe, le mirepoix (dadolate di verdura) salse di base.
Udite udite in questo periodo nasce pure la maionese. Non è neppure un fatto irrilevante la scoperta di nuovi sistemi per la regolazione del fuoco nelle cucine anche perché questa innovazione tecnica rappresentò un grande passo avanti nella preparazione delle ricette, poiché permetteva di preparare dei piatti cucinando più cose separatamente.

 

L’Ottocento

Il miglioramento delle colture agricole che si sviluppò in questo periodo creò una maggiore disponibilità di prodotti grazie anche all’ampliarsi dei mercati e dei trasporti. Siamo nell’ epoca coloniale, la quale portò all’introduzione e al consumo di nuovi alimenti come il mango, la soia, l’ananas, le arachidi. Mentre per cacao, caffè e the, conosciuti durante il Settecento, ci fu un vero boom di consumi tanto che nacquero numerosi esercizi specializzati nella vendita e nella distribuzione di questi prodotti. Due piante rivestirono una notevole importanza alimentare: la patata e la barbabietola da zucchero.
Grande beneficio derivò anche dalle nuove pratiche di sanitizzazione del latte. Grazie a Pasteur si realizzò la pastorizzazione del latte su larga scala, mettendo a disposizione di molti un prodotto basilare per l’alimentazione in maniera più sana e sicura. Si svilupparono e si migliorarono i sistemi di conservazione degli alimenti come la refrigerazione, la concentrazione e la sterilizzazione. Con l’approfondimento delle scoperte microbiologiche e la conoscenza delle fermentazioni batteriche iniziate da Pasteur si ebbe un notevole miglioramento della produzione casearia. Infine verso la fine dell’ottocento in Francia nacque la margarina, un nuovo tipo di grasso inventato da un abate francese.
Verso la fine del XIX sec. si verificò una grande trasformazione nel mondo della gastronomia, la nascita della ristorazione moderna. L’incontro di Auguste Escoffier chef e genio della cucina, con Cesare Ritz mago dell’imprenditoria. Alberghi, treni lussuosi, transatlantici, cominciarono a svilupparsi in tutta Europa ed Escoffier, oltre a sviluppare e studiare il funzionamento delle cucine in queste strutture in ogni suo dettaglio, inventò piatti nuovi ed estrosi da dedicare a principi e personaggi famosi (pesche Melba , i tournedos Rossigni, il soufflè Rothschild …) Escoffier aveva gusto anche nella presentazione dei piatti abbellendoli con più decorazioni. Possiamo dire che con lui si sviluppò la classica cucina francese.

 

Il Novecento

Sia per i grandi mutamenti storici che per il notevole sviluppo tecnologico, il Novecento ha trasformato profondamente la società. La nascita dell’automobile consentì a persone e merci di viaggiare e spostarsi più rapidamente. Nel 1900 esce la prima “Guida Michelin”, una pubblicazione nata in Francia, destinata ai primi automobilisti gastronomi allo scopo di illustrare le caratteristiche dei ristoranti di qualità presenti sul territorio. Più limitato rispetto alla Francia anche in Italia venne a svilupparsi un certo fenomeno gastronomico testimoniato dalle diverse pubblicazioni di quel periodo. Nel 1909 si pubblicò la nuova cucina delle specialità regionali dove per la prima volta si scrissero le ricette delle regioni italiane.

 

La cucina contemporanea

Dopo la guerra la cucina europea era distrutta: poco cibo disponibile, per di più razionato, non consentiva di fare grandi cose tra i fornelli e la ripresa gastronomica dovette aspettare gli anni ‘60 per riscoprire un forte dinamismo. Il boom economico che avvenne in seguito portò in ogni casa il frigorifero, il forno, e gli elettrodomestici. Successivamente l’entrata della donna nel mondo del lavoro ha innescato un cambiamento nel modo di mangiare. Il tempo sempre più limitato per cucinare fa sostituire i piatti di lunga preparazione tipo polenta, legumi, frattaglie, con fettine di bovino e petti di pollo da cucinare velocemente ai ferri. Dal canto suo anche l’editoria culinaria ha seguito questo fenomeno proponendo ricettari facili e semplici e per la prima volta anche con un occhio sempre più attento all’aspetto calorico e dietetico, ne è l’esempio “il Cucchiaio d’Argento”.
All’inizio degli anni ‘70 gli aspetti gastronomici che si sono sviluppati e ampliati sono principalmente tre:
La ripresa delle tradizioni regionali rilanciando l’artigianato alimentare locale questo contemporaneamente allo sviluppo del turismo.
L’utilizzazione di modelli di cucina rapida, attenta alla dietetica, utilizzando sistemi di cottura come il vapore o apparecchiature di nuova concezione il forno a microonde e la cottura sottovuoto.
La nouvelle cousine

 

La nouvelle cousine

In Francia verso la metà degli anni ’60 si affermò una nuova tendenza culinaria denominata da due giornalisti esperti di gastronomia “Nuova Cucina” o in francese Nouvelle Cousine. Ma torniamo un attimo indietro nel tempo e ricolleghiamoci un tantino alla cucina di Escoffier. Se ricordate parlando dell’Ottocento ho menzionato quanto Escoffier avesse fatto per far diventare grande la cucina francese attraverso l’uso di salse, marinature, lunghe preparazioni e ricette comunque sfarzose. Con l’andar del tempo alcuni cuochi vollero alleggerire gli schemi classici. Il primo in assoluto fu Fernand Point che cercò di semplificare e diminuire i tempi di preparazione delle cotture. Il suo motto era: Tutte le mattine si deve ricominciare da zero. Senza niente sul fornello. Questa è la cucina.
Posso sintetizzare in breve quali sono le regole sulle quali si fonda la Nouvelle Cousine:
· Il rifiuto delle complicazioni culinarie e la riscoperta della semplicità.
· Diminuzione dei tempi di cottura
· L’utilizzo esclusivo di quanto offre il mercato senza ricorrere a alimenti fuori stagione
. Su questo punto mi permetto di riportare ciò che un mio maestro e amico Bernard Fournier scrive sul menù del suo ristorante troppa varietà non può garantire la qualità. E ancora preferiamo che un piatto manchi dalla carta momentaneamente piuttosto che accontentarci di una qualità inferiore che potrebbe non soddisfarvi.
· Riduzione delle quantità di piatti inseriti nella lista dei ristoranti
· Abbandono delle lunghe marinature e frollature
· Sostituzione delle salse troppo grasse e pesanti con salse più leggere e digeribili
· Valorizzazione della cucina regionale
· Ricerca di una cucina dietetica e povera di grassi
· Valorizzazione della creatività e della fantasia nella creazione di nuove ricette nelle quali siano introdotti ingredienti mai utilizzati e sperimentati nuovi accostamenti.

La cottura delle verdure è fatta al dente, vengono abbandonati i fondi di cucina e le besciamelle. Nouvelle cousine è anche scambio e collaborazione tra cuochi eliminando un po’ di quella gelosia e rivalità che è tante volte necessaria ma se troppa non porta da nessuna parte. In Italia la lancia nell’ ’80 Gualtiero Marchesi che, dopo aver fatto molta esperienza in Francia, pubblica anche un libro dove raccoglie le ricette rivisitate della sua cucina creativa “La mia nuova grande cucina italiana”.

Le mode cambiano, si trasformano, si destrutturano usando un termine della cucina di Ferran Adrian che lancia la moda dei sifoni, che passeranno anche loro di moda. Ma per me la cucina che non passerà mai di moda è quella fatta col cuore, quella che ci ricordiamo e che vogliamo a tutti costi tramandare, perché per noi è stata unica e ci ha lasciato quel sapore e quel ricordo in quell’attimo, in quel momento, che nonostante tutto chiamiamo vita.

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il Bar dello Sport

Luglio 2, 2007 · Nessun Commento

Genoa, torna Criscito?
Palermo: colpo Jankovic


Il presidente rossoblù Preziosi, che ha ufficializzato la comproprietà del centrocampista Paro, rivela: “Accordo morale se Milito va alla Juventus”. I rosanero acquistano il trequartista serbo dal Maiorca. E il Parma annuncia Reginaldo dalla Fiorentina

Domenico Criscito, 20 anni. Pieranunzi

Domenico Criscito, 20 anni. Pieranunzi

MILANO, 29 giugno 2007 - E’ scatenato, Enrico Preziosi. Se il Genoa da un lato ufficializza l’arrivo dalla Juventus in comproprietà del centrocampista Matteo Paro, dall’altro lancia l’assalto a Criscito. O meglio, spera che i bianconeri prendano Gabri Milito dal Saragozza per far valere quello che il presidente rossoblu ha definito “un accordo morale”.

GIRO DI DIFENSORI - Intervenendo a Radio Radio Tv, Preziosi ha detto: “Il Genoa non è una squadra che possa porsi come obiettivo la semplice salvezza. Dunque, spenderemo 15-20 milioni per arrivare a una classifica più alta. Già per Papa Waigo e Borriello abbiamo fatto degli sforzi, ma non finisce qui”. Uno degli obiettivi, Domenico Criscito, che è rientrato alla Juve dopo il prestito di quest’anno. “Lui può tornare - ha ammesso Preziosi -. Da noi crescerebbe ancora. Se i bianconeri prenderanno Gabri Milito o un altro difensore, diciamo che ci sarebbe un accordo morale”.

PALERMO JANKOVIC - Il Palermo ha acquistato Bosko Jankovic, centrocampista offensivo del Maiorca. Il nazionale serbo, nato a Belgrado il 1 marzo 1984, ha sottoscritto con la società rosanero un contratto quinquennale. Jankovic, centrocampo offensivo, un passato nella Stella Rossa, ha segnato 9 reti nell’ultima Liga, in 28 presenze, miglior marcatore del suo club. Ha giocato da titolare il recente Europeo Under 21 in cui la Serbia (cha ha battuto l’Italia) ha perso in finale contro l’Olanda padrona di casa.

PARMIGIANO REGINALDO - “Manca solo la firma con il giocatore. Comunque l’affare è fatto”. A parlare, Tommaso Ghirardi, presidente del Parma. Il giocatore a cui si riferisce è il brasiliano Reginaldo. L’attaccante diventa così il secondo acquisto degli emiliani dopo Falcone. Ghirardi smentisce che con la Fiorentina, nell’operazione, si sia parlato anche di Cigarini e Dessena: “Restano con noi, sono incedibili”.

AMELIA, PROBLEMI D’INGAGGIO - Più Lazio che Livorno o Palermo. E’ sempre più delineato il destino di Marco Amelia. Il portiere campione del mondo ha parlato a Radio Radio: “Se mi diranno di restare a Livorno lo farò volentieri, certo non farò quel salto che volevo fare ma ormai sono lì da sei anni. Il problema è l’ingaggio? Non credo ci siano problemi per Lotito”.

BENT DA RECORD - In B, bel colpo del Mantova che porta a casa Dario Passoni, metronomo del Livorno. In Inghilterra, invece, fa scalpore l’acquisto da parte del Tottenham di Darren Bent, bomber del neo-retrocesso Charlton. Gli Spurs per portarsi a casa l’attaccante hanno speso ben 16,5 milioni di sterline (25 mln di euro), pagabili in tre anni. E’ il giocatore più costoso nella storia del club di White Hart Lane.

CHIMENTI ALL’UDINESE - Antonio Chimenti, di 37 anni, già secondo di Buffon e lo scorso anno a Cagliari, è dell’Udinese. Dovrebbe essere il successore di De Sanctis, destinato alla Liga spagnola.

COPPOLA ALL’ATALANTA - L’Atalanta ha preso in prestito dal Milan Ferdinando Coppola. Nell’ultima stagione il portiere napoletano ha giocato con il Piacenza in serie B.

gasport

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Il Ricettaafolo

Maggio 14, 2007 · Nessun Commento

ecco a voi………..

Astice alla Catalana!!!

Tipo piatto Pesce
A base di Astici
Persone 4
Note Luogo: Spagna. Luogo: Catalogna.

Ingredienti quantità ingrediente
2 Astici Di 600 G
1 Cipolla
2 Pomodori
  Sale
  Pepe
  Olio D’oliva
  Limone
Persone diminuisci il numero di personeaumenta il numero di persone Calorie per persona

Preparazione
Cuocere i 2 astici in acqua bollente e salata per circa 30 minuti, dopo di che scolare e lasciare raffreddare. Togliere la coda dall’astice, estrarre la parte carnosa e tagliarla a rondelle più o meno sottili, usando lo stesso modo per le chele. Disporre la polpa dell’astice in un piatto con i pomodori tagliati a spicchi e la cipolla tagliata a fettine molto fini. Tagliare per la parte più lunga la testa dell’astice, ricavandone all’interno la parte cremosa, mettendola in una scodella. Preparare una salsa limoncella con sale, pepe, limone e olio, aggiungendo la parte cremosa che è stata ottenuta dal capotorace dell’astice e condire il piatto con questa salsa.

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In Arrivo Novità per Voi………

Aprile 16, 2007 · Nessun Commento

La Nostra Tessera Amici del TAAF presto sarà indispensabile……………..to be continued!!!! A domani per maggiori informazioni!!!!

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