Ristorante T.A.A.F.

Post da Maggio 2007

Festa di inizio Estate!!!!

Maggio 31, 2007 · Nessun Commento


il Taaf, Terra Aria Acqua Fuoco, se qualcuno si chiede ancora cosa vuol dire, è una fantastica situazione sul mare, che propone ristorazione, cocktail-bar, musica (live & dj set) e noleggio attrezzature da spiaggia (lettini,ombrelloni) naturalmente il tutto favorito dalla fantastica location in riva al mare…

Sabato 2 Giugno festa d’inizio estate, cocktailbar djset con intermezzi live di percussioni africane… con entrata libera .


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IL Bar dello Sport

Maggio 29, 2007 · Nessun Commento

Calciomercato Roma -Lazio


L’attaccante del Palermo sogna in giallorosso: “Mi piacerebbe tornare a giocare per Spalletti”. Il bomber della Reggina: “Ammiro Delio Rossi. La Lazio sarebbe una soluzione importante”

David Di Michele, 31 anni, e Rolando Bianchi, 24

David Di Michele, 31 anni, e Rolando Bianchi, 24

MILANO, 29 maggio 2007 - Il mercato comincia a muoversi. E i grandi obiettivi (Buffon a parte) sono gli attaccanti. In attesa di conoscere gli sviluppi delle trattative legate alle grandi stelle internazionali, tre punte italiane potrebbero cambiare maglia nelle prossime settimane. E sono molte le squadre interessate.

DI MICHELE - La prima metà della stagione è stata esaltante, come tutta quella del Palermo. Poi si è guastato qualcosa e il rendimento, anche individuale, è inevitabilmente calato. Ora David Di Michele è pronto a ripartire. Magari al fianco del suo vecchio maestro. “Alla Roma non saprei dire di no”, ha confessato l’attaccante, che da un punto di vista tecnico può essere paragonato al brasiliano Mancini: “Ho le caratteristiche per giocare largo a sinistra - ha spiegato a Teleradiostereo - ci ho giocato anche ad Udine, proprio con Spalletti. Alla Roma andrei anche sapendo di non essere titolare. Ma sono del Palermo e sono pronto a restare molto volentieri. Chiaro che se arrivassero delle proposte le prenderei in considerazione con serenità”. Una dichiarazione d’amore (per la Roma e il suo progetto tecnico), seguita da una frase di circostanza: la parola fine deve ancora essere scritta.

BIANCHI - L’eroe della sorprendente salvezza della squadra di Mazzarri è un giocatore diventato un simbolo della capacità di rinascere dopo un grave infortunio. Ora, dopo i 18 gol in campionato, Rolando Bianchi sogna il granda salto: “Cercherò la soluzione che mi dia la possibilità di giocare - ha detto l’ex Atalanta e Cagliari a Radio Radio -. “Seguire Mazzarri (magari alla Samp, ndr)? Ho grande stima nel mister, mi ha fatto giocare con continuità e se me lo proponesse lo seguirei volentieri. Ma ho chiesto espressamente al mio procuratore di non dirmi niente delle trattative fino alla conclusione del campionato. La Reggina mi è stata vicina e non mi sarei mai sentito di fare uno sgarbo a una società che mi ha dato tanto”. Il nome che ricorre in questi giorni è quello della Lazio. Bianchi comunque, resta prudente. “La Lazio è una grandissima squadra e ha raggiunto un traguardo importante come i preliminari di Champions League. Inoltre è allenata da un tecnico molto bravo come Delio Rossi, uno che ha carattere, carisma e sa farsi rispettare dai suoi giocatori”.



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VI aspettiamo al TAAF………

Maggio 28, 2007 · Nessun Commento

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Il Ricettaafolo

Maggio 25, 2007 · Nessun Commento

Scampi alla crema d’asparagi

 


 

Ingredienti :

16 scampi
1 mazzo di asparagi freschi
2 scalogni
20g di burro
10 cl panna da cucina
16 cl di latte intero
1,5 cl di vino bianco secco
Olio d’oliva
Sale e pepe 
 Ricetta :

Pulisci gli asparagi. Taglia le punte e mettili da parte. Tagli gli scalogni e falli rinvenire in una pentola con una noce di burro. Aggiungi le gambe degli asparagi.
Versa il vino bianco, lascialo evaporare e poi aggiungi la panna ed il latte.
Lascia cuocere a fuoco moderato per circa 20 minuti.
Mixa il tutto e lascialo riposare.
Fai cuocere le punte degli asparagi dentro dell’acqua bollente per circa 3 minuti poi falle raffreddare.
Dentro una pentola, metti gli scampi e l’olio d’oliva e fai cuocere per tre minuti.
Lasciali raffreddare prima di spelarli.
Servili sul letto di crema d’asparagi e decora il piatto con le punte.

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IL Bar dello Sport

Maggio 25, 2007 · 1 Commento

LV: New Zealand in finale con Luna

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(ANSA) -VALENCIA,23 MAG- E’ New Zealand l’avversario di Luna Rossa in finale di LV Cup. La barca ‘kiwi’ si e’ qualificata per 5-2 vincendo la 7/a regata con Desafio. Si ripetera’ cosi’ la sfida che nel 2000 venne vinta dagli ‘all blacks’ in finale di America’s Cup, al termine della prima partecipazione del sindacato organizzato da Patrizio Bertelli e guidato da Francesco De Angelis. Quell’anno Luna Rossa vinse la Louis Vuitton Cup, poi perse nettamente contro i neozelandesi.

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IL Bar dello Sport

Maggio 24, 2007 · Nessun Commento

Oggi Parliamo di………..

 

 

 

 Il kitesurfing è uno sport relativamente recente, nato all’incirca nel 1998 nelle calde e ventose acque delle isole Hawaii. E` lo sport d’acqua che si sta diffondendo più velocemente in assoluto. Si pratica con un’apposita tavola e un aquilone (kite) manovrato mediante un boma (barra) collegata ad esso da due, quattro, o più cavi lunghi e sottili in dynema.

Le condizioni ideali per il kitesurf sono di vento compreso tra i 12 e i 30 nodi, perché a differenza, per esempio, della tavola a vela, il kitesurfing si può praticare con venti deboli. Ovviamente in condizioni di vento debole si useranno aquiloni di dimensioni più grandi di quelli usati con vento forte. Con le condizioni ideali è possibile praticare lo sport in maniera sicura, planando semplicemente o compiendo svariati salti ed evoluzioni sia nelle onde sia con mare o lago piatto.

Una caratteristica di questo sport è la velocità con cui si può imparare a planare e in seguito a compiere evoluzioni. È d’obbligo seguire un corso che fornisca tutte le basi per utilizzare con sicurezza questo strumento affascinante quanto potenzialmente pericoloso. Il più delle volte, infatti, il pericolo non è tanto per chi manovra il Kite ma per chi gli sta vicino o, ancor peggio, sottovento. I cavi in dynema che collegano il boma al Kite, spessi solo 1.5mm, resistenti ognuno a trazioni fino a oltre 250Kg, messi in tensione dalla potenza di un’ala fuori controllo si trasformano in lame micidiali per gli ignari bagnanti.

Per iniziare a praticare questo sport sono necessarie le seguenti cose:

  • aquilone completo di boma e cavi
  • tavola da kitesurf
  • trapezio
  • attrezzatura di sicurezza (giubbotto protettivo o galleggiante, casco)

Scelta dell’attrezzatura

 

Kitesurfing

 


Kitesurfing

La scelta dell’attrezzatura dipende da due variabili: dal peso del kiter (chi guida l’aquilone) e dalla situazione ventosa dell’home spot dove si crede uscire più frequentemente. Il concetto base è questo: meno vento c’è più deve essere grande la vela per sollevare lo stesso peso, questo incide nella stessa maniera anche sulle dimensioni della tavola.

Un rider di 90kg avrà bisogno di una vela più grande e di una tavola più larga per planare (così si chiama il surfare col kite) nelle stesse condizioni di vento di un rider di 70kg. Per sapere quanti nodi ci sono nel nostro spot più vicino (home spot) basta chiedere a qualche local (un kiter del luogo). Inoltre bisogna aggiungere che non esiste un’attrezzatura per tutte le situazioni, dato che il vento cambia è necessario avere ali e tavole di diverse dimensioni per coprire un range di vento più ampio possibile.

Basta osservare che le misure delle vele standard vanno dai 5m ai 25m e grandi differenze di dimensioni ci sono anche tra tavole lightwind (più larghe e lunghe, simili alle tavole da surf) e tavole per vento più forte (più strette e corte, simili alle tavole da skateboard). I cavi sono lunghi 27-30mt ma in situazioni di vento particolarmente forte si può usare un set di cavi più corti dello standard.

Trattandosi di uno sport relativamente nuovo i prodotti si evolvono continuamente a un ritmo che assomiglia più a quello dei componenti informatici che a quello degli attrezzi sportivi. Per questo il mercato dell’usato è così florido. Le ali e le tavole vengono differenziate non solo per dimensioni ma anche per anno di produzione, perché bastano pochi mesi per rendere obsoleto un progetto.

Una sigla come “wipika AMP 10,3(14) ‘03″ può risultare oscura a un neofita ma a leggere bene se ne deduce il significato: “wipika” è la casa produttrice, “amp” è il nome del modello del kite, “10,3″ è la dimensione proiettata del kite e “14″ è quella reale, infine “`03″ è l’anno di produzione.

Aquilone

Gli aquiloni del 2006 si differenziano nelle seguenti categorie:

  • C-Kite

Sono i classici aquiloni che vengono utilizzate per il mare. La struttura principale (LeadingEdge e Struts) sono mantenute rigide grazie a delle camera gonfiate a pressione (aria) detti bladders. Essendo galleggianti ne è facile il rilancio dall’acqua. Sono pilotati da un sistema di 4 (vecchia tecnologia per un C-Kite) o 5 linee/cavi.

  • Bow-Kite

Sono dei kite (gonfiabili o no )caratterizzati da una forma della LeadingEdge (LE) non piatta. In un BOW non esiste un piano passante per tutta la LE. Sono Kite che permettono un range di utilizzo molto più ampio dei C-Kite rispetto alla stessa misura. Per esempio un C-Kite 12mq può essere usato da 15 a 20 nodi, alcuni Bow/SLE possone essere utilizzato da 12 fino a 28-30 nodi. Offrono una potenza specifica dell’ordine del 15/20% maggiore. Sono in grado di assorbire raffiche sostenute di vento grazie al sistema di brigliatura che fa leva ed un ingegnoso sistema di carrucole. In pratica sventano di più. Sono pilotati da un sistema di 4 (qualche Bow usa 5 linee/cavi).

  • SLE

Sono kite con la LeadingEdge (LE) supportata da un sistema di briglie ma che differiscono dai BOW per la confomazione del kite in prossimità dei Tips (le estremità sinistra e destra dell’ala) che in questi modelli è più “corposa”. In genere gli SLE non necessitano di sistemi di carrucole per i back ciò consente loro una risposta (un feeedback) più immediata al rider. Sono pilotati da un sistema di 4 (qualche SLE usa 5 linee/cavi)

  • Kite Ibridi

Sono un’evoluzione dei C-Kite, nei quali vengono innestati i concetti chiave dei Bow e degli SLE.

  • Foil

Sono i classici aquiloni che non hanno camere d’aria da gonfiare, più lenti dei gonfiabili ma molto stabili, vengono gonfiati dall’aria. Possono essere usati sia in acqua che sulla neve o sulla terra (Landboarding).

Sia Bow che SLE condividono una caratteristica fondamentale: la sicurezza della barra. In pratica consentono di annullare totalmente l’azione di trazione del kite in qualunque momento ed in qualunque manovra. Questo ne ha proiettato il successo negli ultimi tempi.

 

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L’angolo del Sommelier

Maggio 24, 2007 · Nessun Commento

La Toscana è un’importante realtà italiana (non diciamo la più grande per non far torto a qualche altra regione) con grande produzione, il CHIANTI è il vino più imbottigliato con almeno 120 milioni di bottiglie. E’ prevalentemente legata al vitigno SANGIOVESE che a seconda della zona prende un nome diverso: a Montalcino si chiama BRUNELLO, a Scansano si chiama MORELLINO, a Montepulciano c’è il PRUGNOLO GENTILE. Altre realtà sono il TREBBIANO TOSCANO e il MOSCATO.

Zoom immagine In Toscana attualmente sono presenti 6 DOCG.
Le denominazioni più antiche sono il BRUNELLO DI MONTALCINO e il VINO NOBILE DI MONTEPULCIANO, seguite da CHIANTI, CHIANTI CLASSICO, CARMIGNANO, VERNACCIA DI SAN GIMIGNANO.

Il VINO NOBILE DI MONTEPULCIANO è un vino prodotto principalmente con il SANGIOVESE (localmente PRUGNOLO GENTILE); è stata la prima DOCG ad entrare in commercio in quanto prevedeva e tuttora prevede un invecchiamento di 2 anni contro i 5 del BRUNELLO.
Anche se ultimamente se ne fa sempre meno uso, possono concorrere anche il CANAIOLO NERO e il PULCINCÚLO.

Il BRUNELLO DI MONTALCINO ha un padre ben identificato, Ferruccio Biondi Santi, il quale, contro l’usanza Toscana di fare il vino rosso utilizzando anche uve bianche, nel 1888 provò a vinificare il SANGIOVESE GROSSO in purezza (”grosso” perché ha la buccia più spessa, localmente si chiama BRUNELLO). Esistono ancora due bottiglie del 1888, ma l’annata storica è considerata il 1891 (base d’asta nel 2000 sui 35/40 milioni). Per un periodo abbastanza lungo fu prodotto da un solo produttore, Biondi Santi, oggi i produttori di Brunello sono circa 165.
Montalcino si trova sopra un colle ed il vino assume caratteristiche diverse a seconda della zona di provenienza.

La parte del colle che volge verso la Maremma ha un clima più mite e più secco, le uve maturano prima, il Brunello proveniente da questa zona risulta più morbido, meno aspro ma anche meno longevo (es: Villa Banfi); verso est troviamo vini più ruvidi, più aspri ma anche più longevi (es: Biondi Santi).
In quest’area delle colline senesi si sono sviluppate anche nuove realtà, come la Fattoria Scopone, produttrice di Brunello ma anche di ROSSO DI MONTALCINO KOSHER, una loro peculiarità destinata principalmente alla comunità ebraica (incontro con Fattoria Scopone).

veduta di Montalcino

Montalcino

Il CHIANTI occupa una vasta zona situata più a nord rispetto a Montalcino. Ironia della sorte, il termine Chianti sembra derivare dall’etrusco “clante”, che significa “acqua”, ed era il nome di quell’area ricca di corsi d’acqua, ma un’altra tesi sostiene che si possa risalire ad una nobile famiglia etrusca, sempre di nome “Clante”.
Inizialmente c’era una sola DOCG, in seguito il CHIANTI CLASSICO si è tirato fuori formando una propria DOCG.
logo gallo nero
©www.chianticlassico.com

Per tutelare la produzione del Chianti Classico alcuni produttori sono riuniti dal 1924 in un consorzio denominato “Gallo nero”, che si occupa della qualifica e della promozione del vino.
Il simbolo del gallo nero è legato ad un’antica leggenda risalente al 1200 quando le repubbliche di Firenze e Siena, divise da una storica rivalità decisero di ridisegnare i confini del loro territorio. Affidarono la contesa ad una gara di velocità tra due cavalieri che dovevano partire dalle rispettive città al primo canto del gallo: il punto di incontro sarebbe stata la linea di confine. I Fiorentini giocarono d’astuzia e scelsero un galletto nero tenuto a digiuno che cantò ben prima dell’alba e consentì al loro cavaliere di percorrere più strada.

La differenza tra i due tipi di Chianti è notevole, in primo luogo il CHIANTI CLASSICO ha eliminato l`uva bianca all’interno della propria DOCG. Anche qui esiste un papà del disciplinare del Chianti: il Barone Ricasoli (1895) che mise per iscritto la ricetta del Chianti: SANGIOVESE, CANAIOLO NERO più MALVASIA DI CANDIA (inizialmente non era previsto il TREBBIANO), questo perché se si fosse fatto un vino con solo le due uve nere si sarebbe ottenuto un prodotto estremamente ruvido e non adatto al consumo immediato, per cui per ammorbidirlo e per avere una bevibilità più pronta si doveva usare la MALVASIA. Successivamente, in seguito alla grande richiesta di Chianti, i produttori iniziarono ad “allungare” il vino con il TREBBIANO TOSCANO, tanto però da far scadere la qualità del prodotto. Di fronte ad un prodotto scadente la richiesta diminuì e i produttori si videro costretti a rivedere l’uvaggio. Poiché il territorio destinato alla coltivazione di questa uva bianca era esteso, anziché espiantare i vigneti si decise di imbottigliarne le uve a parte e gli si diede l’appellativo del terreno, Galestro, vino che ebbe grande successo (come qualità percepita) anche se di qualità intrinseca abbastanza modesta.

In ogni caso l’impennata dei consumi ha indotto le aziende a rivedere il rapporto tra qualità percepita e qualità intrinseca dei propri vini, forse troppo legati a disciplinari ormai obsoleti. I produttori in grado di sostenere grossi investimenti hanno così avviato delle sperimentazioni in vigna e in cantina dalle quali si sono presto ottenuti dei vini di qualità superiore rispetto ai prodotti di punta delle case stesse. Questa ricerca ha introdotto il concetto di SUPERTUSCANS, che rappresentano la scelta di alcuni produttori di fare un vino senza doversi attenere rigorosamente al disciplinare di produzione, ma facendolo a loro piacimento uscendo dalle DOC e retrocedendo tra i Vini da Tavola. Produttori come Fontodi, Castelnuovo Berardenga, hanno fatto vini con SANGIOVESE in purezza che hanno trovato grande riscontro sul mercato. Nel 1994 il disciplinare del CHIANTI CLASSICO si è uniformato dando la possibilità di fare vino anche con sole uve SANGIOVESE (localmente SANGIOVETO). Dal 1996 prevede anche il 15% max di CABERNET SAUVIGNON (cfr. disciplinare di produzione).

Il primo SUPERTUSCAN fu il TIGNANELLO prodotto con 80% SANGIOVESE e 20% CABERNET SAUVIGNON. Padre del SASSICAIA fu Mario Incisa della Rocchetta che piantò CABERNET SAUVIGNON e con l’enologo Giacomo Tachis creò questo vino. Il Sassicaia di Tenuta S.Guido è stato il primo vino elevato in barrique. La BOLGHERI SASSICAIA è una sottozona della DOC BOLGHERI creata appositamente per questo vino.
Antinori ha reso buono il Chianti Classico facendo un vino con un taglio 80% SANGIOVESE e 20% CABERNET SAUVIGNON; Mercatale Val di Pesa ribaltò le proporzioni, 80% CABERNET SAUVIGNON e 20% SANGIOVESE creando un vino eccezionale chiamato Solaia.
Alcuni produttori visto l’obbligo di destinare il 50% dei vini da tavola alla distillazione si sono orientati verso le IGT, Indicazione Geografica Tipica.

Altra DOCG interessante è il CARMIGNANO, prodotto principalmente con SANGIOVESE ed integrato con CABERNET SAUVIGNON, CABERNET FRANC, CANAIOLO NERO più eventuali vitigni a bacca bianca della regione. Questo vino esce sul mercato dopo 2 anni di invecchiamento.

Ultima e unica DOCG bianca è la VERNACCIA DI S.GIMIGNANO (diversa comunque dalle altre Vernacce: esiste infatti la Vernaccia di Oristano più corposa, alcolica, rigorosa, poi la Vernaccia di Serrapetrona un vitigno a bacca rossa, la Vernaccia grigia in Trentino).
La VERNACCIA DI SAN GIMIGNANO non ha una particolare qualità intrinseca, il primo che iniziò a fare un vino con una Vernaccia elevata in barrique fu Terruzzi. Prevede una versione Riserva di 1 anno, è uno dei pochi vino bianchi che se ben fatto può essere longevo.

Una DOC interessante a sud di Montalcino e Grosseto è la MORELLINO DI SCANSANO (MORELLINO è un altro nome della qualità di SANGIOVESE con acino piccolo). Molta uva di Scansano andava ad aiutare la produzione del Brunello tanto richiesto. Vino di qualità, non particolarmente longevo, ma buona realtà.

La DOC BIANCO DI PITIGLIANO è uno dei vini preferiti dalla comunità ebraica. L’uvaggio prevede TREBBIANO TOSCANO, MALVASIA, GRECHETTO e uve internazionali.

Anche l’isola d’ ELBA ha una sua DOC che prevede una produzione di vini rossi e rosati fatti con SANGIOVESE, e vini bianchi ottenuti da ANSONICA (equivalente all’INZOLIA) e TREBBIANO.

In Toscana è presente anche il MOSCATO BIANCO (localmente MOSCADELLO) nella DOC MOSCADELLO DI MONTALCINO che si vinifica dolce o liquoroso.

Zoom immagine

In gran parte della regione si produce un vino particolare, il VIN SANTO, ottenuto prevalentemente con TREBBIANO TOSCANO e MALVASIA, viene fatto appassire e poi pigiato, messo in caratelli con aggiunta di “madre“, cioè Vin Santo vecchio. Dopo un periodo di maturazione - che può durare anche anni - si aprono i caratelli: il prodotto che si ottiene è molto variabile, dall’amabile al dolce. Esiste anche il Vin Santo in versione “secco”, utilizzato come una sorta di sherry italiano. Esistono poi delle realtà molto particolari come il VIN SANTO OCCHIO DI PERNICE, peraltro molto caro, che prevedono anche uve a bacca rossa come MALVASIA NERA e SANGIOVESE.
L’abbinamento classico è con i cantucci, anche se il vero nome è biscotti di mattonella: dopo la cottura venivano tagliati, la parte centrale erano così i biscotti mentre i cantucci erano le estremità laterali che venivano confezionate e vendute a minor prezzo.
Il Vin Santo si chiama probabilmente così perché quando il Cardinal Bessarione (’400) lo assaggiò disse “sembra un vino di Xanto” cioè un vino alla greca (dolce). Chi era di fronte capì male e venne chiamato Vin santo. Un’altra versione vuole l’origine del nome dal fatto che le uve passite vengono pigiate durante la settimana santa che precede la Pasqua cristiana.

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IL Bar dello Sport

Maggio 19, 2007 · Nessun Commento

LV: Luna Rossa fa poker

(ANSA) - VALENCIA, 19 MAG - Un super James Spithill regala a Luna Rossa la quarta vittoria su Oracle nelle semifinali della Louis Vuitton Cup. Il team italiano conduce adesso 4-1 sugli americani: basta un’altra vittoria per accedere alla finale. Regata decisa in partenza. Il timoniere di Luna Rossa mette alle corde Oracle, che rimedia subito una doppia penalita’. Agli italiani non resta che controllare, grazie a distacchi rassicuranti. Luna Rossa taglia il traguardo con 1′57” di vantaggio.

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L’angolo del Sommelier

Maggio 15, 2007 · Nessun Commento

Parte una nuova Rubrica,che vi presenterà di volta in volta una Regione ed i suoi preziosi vini. Cominciamo dal Lazio!!!! Buon Viaggio!!!


Nel Lazio si produce vino bianco per un buon 70%, il paradosso è che a fronte di tale produzione non ci sono molti vini che fanno parlare di sé, anche se uno dei primi vini italiani ad entrare nella carta dei vini dei reali d’Inghilterra è stato proprio il Frascati.

La zona dei Castelli ha sempre dato vini interessanti sin dai tempi dei Romani quando si produceva vino bianco secco (austerum) in contrapposizione a quello alla greca che era dolce.

La produzione però non ha ancora avuto quel salto di qualità necessario, anche per la frammentazione delle DOC di zona a fronte di vini molto simili tra loro (scarichi di colore, poca struttura, poco alcol).

Quest’area ha un grande potenziale vista la vicinanza con la città di Roma, ed è stata una scelta positiva quella di creare e promuovere la DOC CASTELLI ROMANI che anche per il suo nome costituisce motivo di richiamo, sia per la parola “castello” che evoca qualcosa di legato al vino come “chateau” per la Francia e “castello” per la Toscana, che per l’attributo “romano” che la accomuna alla città eterna.
Il paradosso di quest’area con prevalente produzione di bianchi, è che la strada verso la fama e la citazione sulle principali guide è stata segnata da tre vini rossi: il Vigna del Vassallo di Colle Picchioni (di Paola Di Mauro, con MERLOT/CABERNET SAUVIGNON/CABERNET FRANC) prodotto in località Frattocchie, il Torre Ercolana dei Marchesi Colacicchi (CABERNET/MERLOT/CESANESE, attuale proprietà di Marco Trimani, storico enotecario romano), il Fiorano Rosso del principe Boncompagni Ludovisi (CABERNET SAUVIGNON).

La qualità dei vini della cintura dei Castelli è passata particolarmente per l’utilizzo di un vitigno, la MALVASIA DEL LAZIO localmente chiamata MALVASIA PUNTINATA perché ogni acino presenta un puntino, ma avendo questo vitigno una produzione abbastanza incostante si sta progressivamente sostituendo con TREBBIANO GIALLO, TREBBIANO ROMAGNOLO, MALVASIA DI CANDIA. Questa maggiore produzione è ricercata attraverso il sistema di allevamento, con utilizzo quasi intensivo del tendone che arriva purtroppo a rese troppo alte.

All’interno dei Castelli Romani la DOC di riferimento è la FRASCATI, forse la più famosa ma anche la più vicina a Roma. Frascati nasce sull’antica Tusculum dove c’era la villa di Tiberio, e nei dintorni i cacciatori si ritiravano durante la notte sotto le “frascate”, rifugi di fortuna costruiti nei boschi. La frascata è rimasta anche come simbolo del vino nuovo, e viene esposta una frasca ad indicare l’ultimazione della vendemmia e l’uscita del vino giovane.
Tipica dei Castelli è la vendita di vino sfuso e in modo particolare l’«ottobrata romana»: l’ottobrata era una ricorrenza per i romani, la gita ai Castelli, con la possibilità di bere un buon vino che, se fosse stato trasportato a Roma, probabilmente sarebbe giunto alterato.
Il CANNELLINO dolce è una tipologia tradizionale della DOC FRASCATI. Un tempo questo vino nasceva in virtù della realtà pedoclimatica all’epoca in cui l’Agro Pontino non era ancora stato bonificato, e il territorio paludoso favoriva la formazione di muffe nobili. Queste muffe bloccavano la fermentazione e concentravano gli zuccheri dando origine ad un ottimo vino dolce. Addirittura con i primi caldi primaverili le rifermentazioni davano vita ad un vino leggermente frizzante e beverino, la cosiddetta “Romanella“. Oggi, invece, il Cannellino è prevalentemente ottenuto con vendemmia tardiva.
Anche se si è parlato spesso di una candidatura del FRASCATI a DOCG, il mancato accordo tra i produttori e l’assenza di una politica promozionale comune, non hanno ancora portato a tale risultato. I vitigni più utilizzati sono TREBBIANO TOSCANO, MALVASIA DI CANDIA, MALVASIA DEL LAZIO e GRECO.
Qualche produttore sta iniziando ad emergere con i vini bianchi e con la riscoperta di vitigni autoctoni come il CACCHIONE ed il BOMBINO BIANCO, ma si muove qualche critica per il presunto eccessivo utilizzo di vitigni internazionali. Ad esempio l’ottimo Vigna Adriana, della Castel de Paolis della famiglia G.Santarelli, è stato il primo bianco ad ottenere il riconoscimento AIS dei 5 grappoli ed usa come vitigno complementare alla MALVASIA PUNTINATA il vitigno francese VIOGNIER, che dà molta struttura, ed il SAUVIGNON BLANC. La Castel de Paolis produce anche un rosso molto quotato, I 4 mori, che sarebbero i quattro vitigni che concorrono all’uvaggio, SYRAH, MERLOT, CABERNET SAUVIGNON, e PETIT VERDOT. Altro vino interessante è il Santa Teresa di Fontana Candida, che prende il nome dal vigneto omonimo annesso alla cantina di Villa Fontana Candida a Monteporzio Catone.

Per quanto riguarda la parte nord della regione c’è una sorta di continuità con le regioni confinanti, e quindi la presenza di SANGIOVESE, TREBBIANO e MALVASIA.

Oltre al TREBBIANO TOSCANO ed alla MALVASIA BIANCA DI CANDIA che troviamo nel resto della regione, nel nord del Lazio il vitigno più importante è il GRECHETTO al confine con l’Umbria nella DOC interregionale ORVIETO.

Altro vitigno utilizzato è il ROSCETTO (o ROSSETTO) presente in particolare nella DOC EST! EST!! EST!!! DI MONTEFIASCONE. Il nome di questo vino è legato ad una sorta di leggenda , quella del monsignor Johannes Defuk (o Deuc), al seguito dell’imperatore Enrico V ed amante del vino di qualità, il quale, in procinto di viaggiare da quelle parti, inviò il suo coppiere in quelle zone chiedendogli di scrivere “EST” sulla porta delle cantine che servivano vino buono. Il servo Martino fu talmente colpito dal vino di Montefiascone che scrisse ben 3 volte la parola “EST”. Poiché l’arcivescovo si trasferì a Montefiascone, c’è ancora la tradizione per cui una botte di vino nuovo viene ogni anno versata sulla sua tomba come buon auspicio e per ringraziamento. Il vino dell’epoca pare che fosse comunque diverso da quello attuale, era dolce e veniva realizzato con uva Moscatello di Montalcino.
A quest’area del Lazio a cavallo con l’Umbria è legata l’azienda Falesco di Renzo e Riccardo Cotarella, il primo responsabile commerciale della produzione di Antinori, il secondo affermato winemaker esperto di MERLOT, con consulenze anche a Bordeaux. Il vino di punta di questa cantina è il Montiano, 100% MERLOT. Nel viterbese, grazie anche all’uso di GRECHETTO in purezza, stanno emergendo bei prodotti, uno su tutti La Tour a Civitella di Mottura, un bianco elevato in barrique che fa riferimento a La Tour, produttore appunto di piccole botti che ha costituito una joint-venture con l’azienda laziale. Mottura fa anche un vino colpito da muffa nobile, il Muffo, con uvaggio GRECHETTO 50% e PROCANICO 50%, concepito e prodotto dal figlio che ha studiato 2 anni la produzione del Sauternes in Francia.

Nella zona del lago di Bolsena troviamo la DOC ALEATICO DI GRADOLI dove per produrre un rosso liquoroso dolce o passito si utilizza il vitigno ALEATICO, lo stesso dell’isola d’Elba. L’abbinamento tipico di questo vino è con il tozzetto viterbese, molto simile al cantuccio toscano (il biscotto della mattonella).

Nella DOC CERVETERI si produce un rosso tipico con SANGIOVESE e MONTEPULCIANO, più un bianco con TREBBIANO e MALVASIA.

Le DOC COLLI DELLA SABINA e COLLI ETRUSCHI VITERBESI hanno raccolto aree di produzione che da sole non esprimevano una loro identità. La Sabina in particolare è maggiormente vocata per la produzione di olio extravergine d’oliva (cfr. OIL WATCHING).

cesanese
©www.valleaniene.it

Andando verso sud entriamo nella provincia di Frosinone e troviamo quello che forse è il vero vitigno autoctono della regione, il CESANESE.
Le DOC sono tre, CESANESE DEL PIGLIO, CESANESE DI OLEVANO ROMANO e CESANESE DI AFFILE (quest’ultima purtroppo sta quasi scomparendo, perché pochi produttori la imbottigliano). I vitigni in particolare cono il CESANESE DI AFFILE e il CESANESE COMUNE, si vinifica un rosso secco ma ci sono anche delle versioni amabili, simili alla Vernaccia di Serrapetrona prodotta nelle Marche. Con un salto di qualità, in versione spumantizzata potrebbero dare del filo da torcere addirittura al Brachetto.

Sempre nella zona del frusinate troviamo un’altra DOC, la ATINA, dove è predominante la produzione di CABERNET SAUVIGNON sin dal 1800, e alcuni produttori (es: Palombo, Iucci, ecc.) fanno vini di un certo interesse.

Andando verso li litorale si attraversa la DOC CORI dove esiste un vitigno particolare molto legato alla zona, il NERO BUONO.

Piglio-www.viaggioinciociaria.it
©www.viaggioinciociaria.it

La DOC APRILIA esprime quantità industriali per le tre sottodenominazioni, TREBBIANO, SANGIOVESE e MERLOT. La presenza di tali vitigni risale al periodo della bonifica tra le due guerre mondiali, quando Veneti ed Emiliani emigrarono da queste parti e crearono una produzione di quantità in quanto il vino era considerato un alimento corroborante per il lavoro.

le Vigne del LazioL’associazione Le Vigne del Lazio, nata per rifondare il concetto di vino di qualità nella regione, raggruppa circa 20 aziende con i loro prodotti

Con un’azienda in particolare, il produttore Casale del Giglio, c’è stato un inserimento marcato di vitigni internazionali. I proprietari, la famiglia A.Santarelli, alcuni anni fa hanno iniziato una sperimentazione con il professor Scienza piantando molte varietà di vitigni e loro cloni (PETIT VERDOT, CABERNET SAUVIGNON, SYRAH, MERLOT, ecc.) procedendo poi a microvinificazioni e verificando quale potesse essere la resa del vitigno rispetto al terreno. Sono vitigni tipici bordolesi sui quali si è insistito per la presenza di terreno sabbioso (vista la vicinanza al mare). Il Mater Matuta (SYRAH 60%, PETIT VERDOT 40%) è il prodotto di punta dell’azienda.


LA GASTRONOMIA LAZIALE

La gastronomia laziale deve le sue origini alla cucina plebea, quella povera e popolare, ed alla cucina ebraica. I nobili infatti consumavano piatti francesi.
Tipica della cucina romana è la presenza delle verdure, un’esigenza nata per il rispetto religioso dell’astinenza dalla carne (anche se poi la carne se la potevano permettere in pochi…): broccoletti cotti nel brodo di arzilla, carciofi alla romana e alla giudìa, sedano con il pinzimonio (verdura considerata afrodisiaca, olio, largo uso di pepe rinvigorente, il nome diventa allusivo, il “cazzimperio“), puntarelle, misticanza.

Numerosi i primi piatti con menzione particolare per la Matriciana o Amatriciana: secondo il famoso storico della enogastronomia romana, Secondino Freda, ad Amatrice c’erano i pastori che cucinavano la pasta con listelli di guanciale e pecorino (quella che oggi si chiama Gricia).


“pajata” - ©www.salvaroma.it

Il piatto fu importato a Roma dai cuochi amatriciani che introdussero la salsa di pomodoro nella Gricia e crearono la Matriciana. In un primo momento fu mantenuto il pepe nel condimento, ma in seguito lo si sostituì con il peperoncino. Nella salsa di pomodoro non compare la cipolla.
Un’altra versione sull’origine del piatto è data dai Velletrani: la gota del maiale qui viene chiamata “matrice”, e poiché è l’ingrediente dà il nome alla pietanza, la “matriciana”.
Altro piatto tipico sono gli spaghetti alla Carbonara, così chiamati perché la massiccia presenza di pepe nero dà l’idea di una carbonaia.

Parlando delle carni bisogna citare il famoso “quinto quarto“: contro ogni logica matematica si creava una quinta parte dell’animale sezionato al macello poiché le parti di scarto venivano date ai lavoratori (coratella, pajata, coda, testina,…). Con questi ingredienti ci si invenatava la cucina del popolo: ad esempio la coda alla vaccinara prende il nome dai vaccinari , i macellatori, ai quali veniva regalata la coda perché non aveva mercato e in casa si trovava il modo di cucinarla e renderla appetibile, con sughi tirati e notevole presenza di carote e sedani.
Ci sono poi la coratella con i carciofi e, tornando un istante ai primi, i rigatoni con la pajata, cucinati con i piccoli budelli di animali che hanno assunto solamente il latte e quindi contengono del siero che si raggruma. Per le carni va detto che la tradizione vuole in prevalenza l’agnello (”abbacchio“, il cui nome dovrebbe derivare da Ad Baculum, il bastone usato per abbatterlo; il piatto tipico si chiama invece “abbacchio alla scottadito” perché servito molto caldo) e il capretto (oggi quasi sempre israeliani o neozelandesi), un po’ meno il pollo e il tacchino meglio noto come “gallinaccio“.

Essendo il pesce un po’ difficile da reperire, durante i periodi di astinenza fanno la loro parte i prodotti caseari, in particolare il pecorino romano è una delle prime DOP concesse ai formaggi e che al 90% viene prodotto in Sardegna. Se ne fa un uso abbondante in diversi piatti, in particolare nella trippa alla romana.
La mozzarella di bufala è molto diffusa nel basso Lazio, così come la provatura, formaggio a pasta filante. La ricotta si ritrova soprattutto nei dolci, soprattutto quelli legati alla tradizione giudaica. A questo proposito vanno anche ricordati i fritti come il baccalà, i carciofi e i supplì.
I friggitori si chiamavano “panzanera” perché la loro canottiera non era sufficiente a coprire la grossa mole e la pancia si anneriva con la fuliggine e col fuoco del forno a legna.

I dolci più famosi sono a pasta lievitata, ma ci sono anche i mostaccioli, gli straccaganasce, le ossa da morto. Il più famoso e tipico è il maritozzo con la panna che deve il suo nome alla tradizione che lo voleva essere il dolce tradizionale portato dai fidanzati alle loro donne e in quelle occasioni venivano chiamati affettuosamente “maritozzi”, cioè quasi mariti.

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L’Angolo della Poesia Romanesca

Maggio 14, 2007 · Nessun Commento

LA DIETA
Doppo che ho rinnegato Pasta e pane,
so’ dieci giorni che nun calo, eppure
resisto, soffro e seguito le cure…
me pare un anno e so’ du’ settimane.

Nemmanco dormo più, le notti sane,
pe’ damme er conciabbocca a le torture,
le passo a immaginà le svojature
co’ la lingua de fòra come un cane.

Ma vale poi la pena de soffrì
lontano da ‘na tavola e ‘na sedia
pensanno che se deve da morì?

Nun è pe’ fà er fanatico romano;
però de fronte a ’sto campà d’inedia,
mejo morì co’ la forchetta in mano!

Aldo Fabrizi


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